
Nelle storie familiari, ciò che condiziona maggiormente lo sviluppo di una persona non è quasi mai ciò che viene detto apertamente, ma ciò che viene trasmesso attraverso il silenzio. Sono le aspettative mute: quei desideri irrisolti, quei lutti non elaborati o quelle frustrazioni che i genitori portano con sé e che i figli assorbono per osmosi emotiva fin dalla prima infanzia.
Ogni bambino possiede una sintonizzazione radar verso le fragilità di chi si prende cura di lui. Se un genitore vive un vuoto profondo, il figlio può sentirsi inconsciamente chiamato a colmarlo, diventando “il riscatto”, “il mediatore” o “il custode” della serenità familiare. Queste missioni invisibili diventano dei binari sui quali la vita del figlio corre, spesso senza che lui se ne accorga.
Ci si ritrova così a scegliere professioni o partner non per scelta autentica, ma per rispondere a quel mandato silenzioso che ci chiede di non deludere l’Altro.
Uscire da questo schema richiede un lavoro di decodifica profondo. Significa dare un nome a quei “non detti” per poterli finalmente restituire. Riconoscere che la tristezza di una madre o l’insoddisfazione di un padre non sono responsabilità del figlio è l’unico modo per sciogliere l’impasse evolutiva. Il messaggio sotteso a questo disagio è un invito alla libertà: la libertà di non dover essere la soluzione ai problemi di chi ci ha preceduto.
Dott.ssa M.I., Nadia Trecca Psicologa Psicoterapeuta Studio di Roma- Todi


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