Svincolarsi non è andarsene: il viaggio psicologico verso l’autonomia

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Esiste una grande differenza tra il cambiare residenza e il compiere uno svincolo psicologico. Possiamo abitare a migliaia di chilometri dalla nostra famiglia d’origine eppure restare incatenati alle sue dinamiche, ai suoi debiti emotivi, ai suoi silenzi. Lo svincolo non è un atto logistico, ma un processo di separazione e individuazione che permette a un individuo di nascere finalmente come soggetto separato.

In molte situazioni di stallo – quel senso di “sabbie mobili” che impedisce di concludere gli studi, di investire in un amore o di intraprendere una carriera – la causa non è la mancanza di volontà, ma una forma invisibile di lealtà. Crescere, decidere per se stessi, differenziarsi, può essere vissuto inconsciamente come un atto di ostilità. Se nel sistema familiare l’autonomia è percepita come un tradimento o come un pericolo per l’equilibrio dei genitori, il figlio si troverà bloccato in un’impasse: per restare “figlio” e mantenere il legame, deve rinunciare a diventare “adulto”.

Svincolarsi significa allora elaborare il senso di colpa legato alla propria indipendenza. Significa accettare che la propria felicità non deve necessariamente passare per la riparazione dei dolori dei propri genitori. È un passaggio faticoso che trasforma il legame: non più una catena che trattiene, ma un riconoscimento tra due soggettività distinte. Solo quando ci si autorizza a essere diversi dai mandati familiari, si può finalmente iniziare a scrivere la propria storia.

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