Oltre la resistenza: il significato clinico della resilienza

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Nel linguaggio contemporaneo, la parola “resilienza” è diventata quasi un imperativo: una dote che dovremmo possedere per superare rapidamente ogni ostacolo. Tuttavia, nella stanza della terapia, questo concetto assume un respiro diverso, lontano dalla retorica della forza a tutti i costi.

L’integrazione come cura Dal punto di vista della psicologia del profondo, la resilienza non è un tratto del carattere, ma un processo dinamico. Quando viviamo un evento che mette in crisi il nostro equilibrio, la nostra trama interna subisce uno strappo. La tendenza immediata può essere quella di negare il dolore o di “congelarlo” per poter continuare a funzionare. Ma la vera guarigione richiede il coraggio di guardare quello strappo e, col tempo, di ricucirlo con i fili della consapevolezza.

La ferita come parte del Sé Essere resilienti significa permettere al proprio vissuto, anche quello più faticoso, di diventare narrazione. Quando riusciamo a integrare un’esperienza difficile, essa smette di essere un corpo estraneo che ci perseguita sotto forma di ansia o sintomi improvvisi. Diventa, invece, un elemento della nostra complessità. La psicoterapia offre lo spazio protetto in cui questo lavoro di riparazione può avvenire, permettendo al soggetto di riscoprire le proprie risorse creative e di tornare a progettare il futuro, non “nonostante” il passato, ma con la forza di chi ha saputo riappropriarsi della propria storia.

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