Incarnare l’adultità: la funzione genitoriale come bussola della realtà

Cosa serve per aiutare i figli a crescere? Saper dire di no basta?
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Nel panorama educativo contemporaneo, si tende spesso a confondere la funzione genitoriale con la ricerca di un consenso costante o, all’opposto, con l’esercizio di un’autorità fine a se stessa. Tuttavia, una prospettiva psicodinamica ci suggerisce che il compito più alto di un genitore non è vietare, ma incarnare l’adultità: offrire, cioè, una presenza capace di mediare tra i bisogni emotivi del figlio e i meccanismi ineludibili della realtà.

Oltre il “no”: la mediazione del desiderio

Crescere significa imparare che tra l’impulso e la sua soddisfazione esiste uno spazio prezioso. Incarnare la funzione adulta significa aiutare l’adolescente a sostare in questo spazio. Non si tratta di negare il piacere, ma di insegnare la capacità di rimandare e ritardare la gratificazione.

In un mondo che spinge verso l’immediatezza del “tutto e subito”, il genitore diventa il garante di un percorso: quel processo lento e graduale necessario per costruire progetti solidi, che richiedono tempo, fatica e dedizione. Questo è il vero confine che guida: un limite che non soffoca, ma che dà forma e direzione al desiderio, trasformandolo da capriccio momentaneo in progetto di vita.

Tollerare la caduta: il limite come protezione

Un altro aspetto cruciale dell’adultità è la capacità di stare nel fallimento. Funzionare come “limite” significa anche saper accogliere e normalizzare l’errore, la caduta, lo scacco scolastico o relazionale.

L’adulto non è colui che spiana la strada eliminando ogni ostacolo, ma colui che testimonia come sia possibile tollerare la frustrazione di un obiettivo mancato senza che questo distrugga il senso del proprio valore. Mostrare che il fallimento è una tappa fisiologica del percorso significa offrire al figlio una pelle emotiva più resistente, capace di integrare la perdita come parte della crescita.

Costruire percorsi, non scorciatoie

Questa funzione genitoriale richiede una grande tenuta emotiva. Significa accettare di essere, a tratti, il bersaglio della frustrazione del figlio, rimanendo però saldi nel proprio ruolo.

Negli studi di Roma e Todi, il lavoro con la genitorialità punta a sostenere gli adulti in questa complessa missione: non diventare “amici” dei propri figli, ma restare punti di riferimento autorevoli che incarnano la realtà. Solo attraverso l’incontro con un adulto che sa dire di no, che sa aspettare e che sa fallire senza crollare, l’adolescente può interiorizzare quelle funzioni psichiche che gli permetteranno, un domani, di guidare se stesso con autonomia e fiducia.

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