
L’immagine di un adolescente chiuso nella propria stanza, protetto da una porta che sembra diventare un confine invalicabile, è una delle rappresentazioni più frequenti del disagio giovanile contemporaneo. Spesso identificato con il termine giapponese Hikikomori, il ritiro sociale estremo non è una scelta di pigrizia né un atto di ribellione, ma un segnale clinico complesso che merita un’analisi profonda.
Il sintomo come difesa
In un’ottica psicodinamica, il ritiro non è un’assenza di movimento, ma una forma di auto-conservazione. Per un adolescente che percepisce il mondo esterno come eccessivamente minaccioso, giudicante o saturo di aspettative prestazionali, la stanza diventa un “rifugio psichico”. All’interno di questo perimetro, il giovane tenta di proteggere un Sé che avverte come fragile, frammentato o inadeguato rispetto alle spinte evolutive che l’età adulta richiede.
Il ritiro, dunque, non è il problema in sé, ma la risposta che il ragazzo dà a un dolore che non riesce a nominare. La pressione del gruppo dei pari, il confronto con standard estetici e sociali irraggiungibili e l’ansia da prestazione scolastica possono generare un senso di scacco così profondo da rendere la “ritirata” l’unica via d’uscita percorribile.
Il ruolo della famiglia e della scuola
Per i genitori e i docenti, l’isolamento è spesso fonte di impotenza e angoscia. Il rischio è quello di scivolare verso due estremi: la forzatura (tentare di abbattere la porta, fisicamente o metaforicamente) o la rassegnazione. Tuttavia, la ricerca clinica suggerisce che l’aiuto di questi ragazzi non deve passare per lo scontro, ma per la ricostruzione di un senso di sicurezza.
È necessario passare dalla domanda “Perché non esce?” alla domanda “Cosa sta succedendo in quello spazio di silenzio?”. Solo restituendo senso al blocco evolutivo è possibile riaprire un canale di comunicazione.
L’approccio terapeutico
Il trattamento clinico del ritiro sociale non mira a una “normalizzazione” forzata o a un ritorno immediato alla socialità. Il lavoro psicoterapeutico si focalizza sull’elaborazione delle paure sottostanti e sulla costruzione di una base sicura.
Attraverso la parola in un contesto di psicoterapia o alle volte basandosi sul fare insieme di un progetto di compagno adulto si accompagna il ragazzo e la sua famiglia verso una comprensione nuova della crisi. L’obiettivo è trasformare quel “fermo” in una sosta feconda, necessaria per ripartire con strumenti emotivi più solidi.
Studio di Psicoterapia Trecca Psicoanalisi e Psicoterapia Roma | Todi


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